Orazio avvertiva di non confondere con la banalità o la genericità. La semplicità nasconde lavoro, concentrazione, impegno, studio, sudore, ore passate con lo scalpello (antica metafora che va bene ancora oggi per qualsiasi contesto). Ciò che è semplice non solo è bello in è, ma nasconde dietro l’apparenza di leggerezza una potenza e uno sforzo che si comprendono in un secondo momento. E allora si ri-scopre l’opera (in senso lato) sotto un punto di vista più profondo e autentico, meno apparente e più sostanziale, perché si abbraccia con il pensiero il sistema di valori e di esperienze vere che ognuno può trasmettere. Michelangelo diceva della scultura che essa si basava sul “levare”, cioè sull’eliminare tutto il materiale superfluo rispetto alla figura che, nella sua mente, era già racchiusa nel marmo.
Da un punto di vista metodologico, anzi epistemologico, la migliore trattazione è stata fatta da Gugliemo da Occam. : “Non aggiungere elementi quando non serve. Non supporre pluralità quando non serve. Troppi libri vogliono insegnarla, troppe parole vantano metodi per inseguirla, troppi maestri ne danno spiegazione. Nulla serve agli altri se prima non serve a se stessi. « É inutile fare con più quanto si può fare con meno »
La Sibilla Libica di Michelangelo fu una delle ultime figure nella volta della Cappella Sistina. Si trova nella nona campata contando a partire dalla porta d’accesso. Per realizzarla impiegai ben diciassette giornate ma il risultato ottenuto mi ripagò di ogni sforzo fatto. La Libica fa parte della serie delle veggenti pagane. Ciascuna di queste veggenti è seduta o appoggiata a un trono marmoreo e il suo compito è reso più leggero da due assistenti. Alcuni soffiano sulle fiaccole mentre altri, come in questo caso specifico, dialogano fra di loro. Erano vergini ispirate da un dio (solitamente Apollo) dotate di virtù profetiche ed in grado di fare predizioni e fornire responsi, ma in forma oscura o ambivalente.